Era una mattina di Marzo e Fabio, come ogni giorno faceva una corsetta intorno al Campo dei Miracoli. Il sole era appena sorto, il momento perfetto per stare in piedi in mezzo alla pietra bianca e al verde che lo circondava. Di solito non era da solo a quell’ora: tra custodi, qualche turista mattiniero in cerca della foto perfetta, alcuni sportivi per del sano jogging o magari anziani che facevano due passi.
Quella mattina era diversa però, non vi era nessuno, la pietra vibrava furiosamente, come se ci fosse un terremoto. La torre pendente appariva come minacciosa, Fabio pensava che da un momento all’altro gli sarebbe crollata addosso. Una luce accecante apparve sulla cima della torre. Il giovane voleva andarsene; ma qualcosa lo tratteneva, le gambe non si muovevano. La testa gli diceva “scappa”; ma gli arti restavano immobili. Aveva provato molte volte paura, ma mai così. La luce si fece sempre più accecante e sembrò inghiottire tutto quello che colpiva. Fabio si sentì come trascinato dentro la luce e poi…il buio.
Fabio aprì gli occhi, era per terra su un pavimento freddo; la testa gli scoppiava, aveva freddo. Si guardò attorno, la stanza era buia; ma vedeva poco, dopo che quella luce abbagliante l’aveva colpito. Cominciò ad andare a tentoni cercando una parete, dove appoggiarsi. Una mano lo afferrò, Fabio cacciò un urlo, si divincolò e corse alla cieca, ma sbatté contro un muro e caddé a terra svenuto. Passarono alcuni minuti, Fabio aprì gli occhi lentamente sentì dire: “Si sta svegliando!” “Povero ragazzo!” “Ha preso una bella botta!”.
Intorno a lui stavano tre persone, due uomini e una donna. Fabio si mise seduto, la donna gli porse un bicchiere e con un sorriso gli disse: “Bevi, è acqua.”. Il ragazzo però, era diffidente a bere, pensava che non fosse prudente, visto che gli veniva offerta da un’estranea e se avesse drogato quell’acqua?
La donna notò l’esitazione di lui, e accennò di nuovo un sorriso, poi bevve dal bicchiere.
Tutti nella stanza attesero qualche istante, poi la donna disse a lui serena: “Ora sei più tranquillo? Bevi, forza.”. E gli porse di nuovo il bicchiere, Fabio rispose “Grazie!”. Era un pò in imbarazzo, uno dei due uomini gli mise la mano sulla spalla e gli disse: “Non hai nulla da temere da noi giovanotto, siamo tutti sulla stessa barca qui e non possiamo permetterci di aizzarci l’uno contro l’altro.”.
La sua voce era calma, non suscitava inquietudine. L’uomo si presentò: “Io sono Giordano Biscagli da Gubbio, molto piacere” disse porgendogli la mano. Il giovane si alzò e stringendo la mano rispose: “Fabio Codessa!”.
“Visto che siamo in vena di presentazioni…”intervenì la donna, “Io sono Gertrude Bresini da Monza.” dichiarò.
“E io sono…” soggiunse l’altro uomo: “Alessandro Grossi.”. “Molto piacere.” disse Fabio, ma chiese: ” E lui chi è?”. “Oh, giusto!” esclamò la donna , “Lui è il messer Teramene, è il più anziano di noi, non so bene quanto capisca veramente.”. In quel momento Teramene si alzò dal suo angolo, portava una lunga tunica bianca, che scendeva fino ai piedi. L’uomo pareva disorientato incedeva con passo incerto, poi chiese: “Ma non c’era un cane qui?”.
Gli altri lo guardarono confusi, poi Gertrude gli rispose: “No messere, non c’è mai stato nessun cane qui, torni a riposare.”. “L’anziano si guardò ancora attorno, poi si rimise nel suo angolo.
Fabio osservò meglio la stanza alla luce, era molto ampia, ideale per cinque o sei persone. I pavimenti e le pareti erano rivestiti con pietra nera, simile al carbone, mentre la luce proveniva da una lampada sospesa al centro della stanza. Vi erano delle feritoie sulle pareti, in modo che potesse circolare l’aria. Infine vi era una porta di metallo grigia.
Il ragazzo si girò verso gli altri e domandò come per avere conferma: “Siamo in una cella vero?”.
“Esatto!” lo applaudì sarcastico il signor Grossi. “Ebbene sì” ribadì sconsolato messer Biscagli. “Una prigione” precisò madonna Bresini, “Noi ormai la conosciamo, come…la prigione senza tempo.”.







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