La porta del blocco si aprì, subito entrarono delle guardie armate, seguì quello che doveva essere un ufficiale. Aveva un cappotto scuro, portava una piastra in metallo a protezione del petto, dei pantaloni bianchi piuttosto stretti e degli stivali neri lisci. Sul fianco, sotto al cappotto, spuntava una sciabola. L’ufficiale si mosse deciso verso Fabio, lo afferrò per il collo e lo sbatte contro al muro. La sua presa era salda e stringeva forte, il ragazzo annaspava, cercava invano di staccarsi dalle mani dell’aguzzino, si sentiva impotente, davvero la sua vita sarebbe finita così? Gli altri imploravano che lo lasciasse andare e a un certo punto l’ufficiale mollò la presa, Fabio tossì forte, si mise in ginocchio per riprendere fiato.
“Allora…” incominciò l’uomo e proseguì: “Credo che sia il caso di riprendere la nostra conversazione, spero che il soggiorno ti abbia aiutato a schiarirti le idee e a dirmi quello che voglio sapere”.
Il giovane lo guardò confuso, non capiva di cosa stesse parlando, il militare gli tirò un calcio sullo stomaco, l’altro rimase piegato in due per il dolore. L’uomo tirò fuori un revolver da una fondina, puntò l’arma su Fabio e gli intimò: “Dimmi subito, dove hai nascosto la “chiave” o stai sicuro che ti aprirò il cranio e mi cercherò da solo la risposta.”
Il ragazzo non sapeva come farlo capire a quell’uomo, che non aveva la benchè minima idea di che cosa stesse parlando, si arrovellava il cervello per trovare la risposta, ma anche mentendo, dove poteva dire di aver nascosto questa “chiave”? Non conosceva il mondo in cui si trovava, l’avrebbero scoperto subito che non si trattava della verità. In quei secondi così cruciali, il ragazzo pensò a l’unica, sebbene rischiosa opzione, dire la verità, o almeno ciò che aveva modo di sapere. Ancora dolorante per le percosse subite guardò l’altro uomo dritto negli occhi e affermò: “Io non so di cosa stia parlando.”. Per un momento l’avversario sembrò credere alle sue parole, ma poi sospirò e rivolse il revolver verso messer Biscagli. Tutti rimasero impietriti, l’ufficiale si volse di nuovo verso e con un sorriso diabolico e lo avvisò: “Ultima occasione”. Fabio era atterrito dalla minaccia e supplicò l’ufficiale: “La prego, io le sto dicendo la verità e lei lo sa, lo lasci fuori da questo!”. L’altro scosse il capo, si voltò verso l’intagliatore, che lo guardava terrorizzato, e sorridendo gli disse: “Tanto sapevi di essere il primo.”. E gli sparò un colpo in testa, Madonna Bresini cacciò un urlò, Alessandro e Teramene tentarono di ribbellarsi, ma le guardie li tennero a bada. Il corpo di messer Biscagli cadde a terra, immobile, gli occhi ancora aperti, pieni di paura e confusione. Fabio lo guardava attonito, aveva la nausea, ma non si trattava della visione di un cadavere per la prima volta. Era causato dall’orrore, per aver visto una vita spegnersi, in parte a causa sua. Restò lí in ginocchio senza dire una parola, era troppo sconvolto.
L’ufficiale guardò per un istante il corpo di messer Biscagli poi avanzò verso Fabio e vedendo il suo stato si voltò verso una guardia e ordinò: ” Portalo giù!”.
La guardia eseguí e con l’aiuto di un’altra, trascinò il ragazzo verso una specie di montacarichi, che li condusse giù, nelle profondità della prigione. I tre si trovarono di fronte a un corridoio, illuminato solo dalla luce delle torcie. Accanto allo spazio del montacarichi, stava una lunga scala a chiocciola, questa portava alla base della prigione.
I tre camminarono un poco, poi si fermarono davanti a una parete, ma che tale non era. Si trattava di una porta, al buio era impossibile da distinguere, una volta aperta gettarono Fabio dentro la stanza, e lo rinchiusero.
Il ragazzo rimase inerme sdraiato sul freddo pavimento della stanza, la luce filtrava in questa attraverso una finestrella, con delle sbarre di metallo.
Fabio continuava a pensare a messer Biscagli, avrebbe voluto conoscerlo meglio, avrebbe potuto impedire la sua morte se solo avesse avuto risposte su questa maledetta “chiave”.
Si chiedeva perché, tutto questo stesse accadendo proprio a lui. Aveva sempre condotto un’esistenza abbastanza semplice evitando di trovarsi in situazioni spiacevoli, confrontandosi con gli altri, usando le parole.
Stava li a rimuginare su queste cose, quando sentì un rumore. Era senz’altro una catena, dall’ombra uscì un uomo, aveva un piede legato a una catena e anche le mani erano incatenate. Alla luce, l’uomo si mostrò alto, capelli lunghi e grigi, gli occhi color rame, aveva uno sguardo serio e determinato. Portava una cotta di maglia e sopra questa una tunica bianca con al centro una croce rossa. L’uomo guardò Fabio, poi gli domandò: “Sei qui per vivere o morire?”







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