Alla domanda di Ser Guglielmo tutti fecero cenno di si, ma il loro sguardo dava un’altra risposta, oramai non si poteva tornare indietro e partirono alla carica. Il templare e l’altro uomo corsero in avanti e così fecero gli altri, rimasero indietro soltanto il bersagliere e il suo compagno di cella, che cominciarono a sparare con le carabine sulle guardie. Ser Guglielmo corse in avanti con l’altro prigioniero. Il cavaliere afferrò un tavolo e lo usò come scudo per lui e il suo compagno da una scarica di fucileria. Incredibilmente rimasero illesi, Ser Guglielmo lanciò poi l’oggetto su un gruppo di guardie, disarmò una che stava per colpirlo con una sciabola e la colpì con un fendente alla gola. Tenne il moribondo per proteggersi da  un’altra raffica di proiettili e col suo compagno proseguì. Nel frattempo Fabio, Marul, Lomar e gli altri due alieni si diressero verso la porta principale. Il ragazzo e la giovane cominciarono ad aprire le porte, ma le guardie si stavano dirigendo anche contro di loro. Gli altri due non umani si schierarono per proteggere i compagni. Fabio non aveva avuto il tempo si sapere chi fossero, uno dei due assomigliava di più a un umano, tranne per il fatto di avere la pelle completamente bianca ed era circondato su tutto il corpo da una qualche specie di membrana sottile. L’altro aveva orecchie a punta, i capelli argentati, era di corporatura esile e aveva alle mani quattro dita, mentre ai piedi palmati tre. I suoi movimenti erano aggraziati e rapidissimi, i nemici non riuscivano a stargli dietro. Aperte le porte per far uscire un attimo Lomar si accorsero che un altro centinaio di soldati si stava dirigendo nella loro direzione. Sorpresi dalla sconcertante superiorità numerica dell’avversario richiusero subito le porte. “Qualcuno ha qualche idea da condividere, che ne so…ORA!?” chiese Fabio allarmato. “Io si!” disse Marul. Prese una conchiglia rossa appesa alla sua veste color blu mare e sussurrata qualche parola in una lingua che Fabio non aveva mai sentito, la scagliò contro Lomar, il quale visto il pericolo gonfiò la gola, ma la conchiglia si ingigantì e lo inghiottì dentro di se. Fabio era sconcertato, la battaglia impazzava, e Marul attaccava i suoi alleati, il ragazzo le strillò: “Sei impazzita!?”. Lei si girò di scatto e con sguardo minaccioso puntò il suo squamoso dito indice e gli disse: “Non darmi mai più della pazza, intesi?”. Il giovane restò ammutolito, lei si diresse verso la conchiglia, appoggiò le mani domandò: “Lomar, mi senti?”. Dalla conchiglia giunse una voce agitata che urlava parole confuse, Marul con dolcezza rispose: “Sta tranquillo, con questa potrai usare il tuo dono contro i nemici senza dover uscire fuori, tu comincia a cantare, al resto ci penserà lei, d’accordo?”. La ragazza restò in attesa poi la voce mugolò qualcosa, lei sorrise e lo incoraggiò: “Forza allora, contiamo su di te!”.

La battaglia proseguiva senza sosta, Ser Guglielmo combatteva contro almeno cinque guardie, l’altro uomo che era con lui stava a terra, una scarica di fucileria l’aveva preso in pieno, il bersagliere urlava che stavano finendo le munizioni lui e l’altro ragazzo dal portamento nobile. Gli altri due non umani erano impegnati in combattimento, quello completamente bianco schivava tutti gli attacchi e toccando gli avversari solo con una mano li faceva contorcere dal dolore. L’altro, utilizzava una sorta di danza per colpire, disarmare o lanciare gli avversari. Il templare urlò a uno di loro: “Tegret apri subito i blocchi, se…e levati tu!!” ruggì a una guardia che non gli dava tregua. Il ragazzo tutto bianco si mosse verso il corpo di una guardia e recuperò le chiavi e salì le scale dirigendosi verso il piano dei blocchi.

Nel frattempo, Fabio e Marul stavano ancora vicino alla conchiglia rossa, questa a un certo punto cominciò a brillare ed ebbero modo di sentire la voce di Lomar che cantava:

Sguainate le spade, serrate le fila, scagliate le lance e cala la morte

Dolore: percepitelo! Morte: piangetela! Ascoltate il vostro cuore

Accogliete la pace, soccorete la vita, spazzate le ire e abbandonate le armi

Un nuovo sentimento vi sorgerà e la violenza cesserà.

Le più belle parole che Fabio avesse mai sentito, toccavano il cuore. Per un istante tutto parve fermarsi, Marul aprí leggermente la porta, tutte le guardie erano ferme, immobili, come ipnotizzate. Aprì la conchiglia e con un gran sorriso disse a Lomar: “Ben fatto!”.

“Oh grazie!” rispose affabile l’altro con un sorriso. Anche Fabio si complimentò, ma vide che Lomar guardava oltre lui pietrificato. Il ragazzo si girò, qualcun altro era sceso in campo, lungo cappotto scuro, piastra di metallo sul petto, una sciabola alla mano destra e un revolver alla sinistra. Il suo aguzzino correva verso di loro, Marul non perse tempo prese un’altra conchiglia, sussurrò qualche parola e la scagliò verso il nemico, questa si ingigantì come quella precedente, ma era diversa, il colore era verde smeraldo con strisce oro ed era simile al guscio di un chiocciola. La conchiglia cominciò a rotolare verso l’ufficiale, che riuscì a evitarla. La conchiglia si schiantò sulle scale e travolse le guardie armate di carabina.

L’aguzzino di Fabio si avvicinava sempre di più, si fece avanti Lomar e ordinò agli altri due: “State dietro di me!”. I due fecero come gli fu ordinato, l’alieno gonfiò al massimo la gola, che divenne completamente rossa. L’avversario ormai era davanti a loro aveva un sorriso maligno stampato sul volto, a quel punto Lomar soffiò contro l’avversario tutta l’aria che aveva accumulato in gola. La forza del suo soffio fu talmente forte che sollevò l’altro da terra e lo scaraventò lontano. Giunsero a quel punto il resto dei prigionieri, pareva avessero ripulito tutta l’armeria, Fabio notò tra i prigionieri Madonna Bresini, Teramene e il signor Grossi. Di fronte all’evidente superiorità numerica acquisita, le poche guardie rimaste ancora in vita o illese all’interno della torre preferirono arrendersi.

Molti prigionieri avrebbero voluto rivalersi sui loro aguzzini, ma Ser Guglielmo li fermò e con voce profonda disse: “Amici, abbiamo guadagnato la nostra libertà, non serve procurare altra violenza in questo luogo, oltretutto sarebbe una fatale perdita di tempo se nel frattempo giungessero nuovi rinforzi.”. Gli altri accettarono le riflessioni e tutti lasciarono la prigione, le guardie fuori non osarono fermarli, sembrava avessero perso il loro spirito combattivo, forse la canzone di Lomar li aveva davvero toccati. A questo punto restava da capire come fuggire dalla prigione, che Fabio scoprì essere in una isola. Qualcuno suggeriva di usare la nave a tre alberi ancorata al piccolo porto, fortunatamente tra i prigionieri c’era qualche marinaio e una volta imbarcati presero il largo. Si allontanarono dalla torre e presero il mare, ancora non sapevano dove sarebbero andati. Mentre tutti festeggiavano la propria libertà, Fabio stava in disparte a guardare dalla poppa della nave la prigione senza tempo, restava con le stesse domande e con ben poche risposte. Quest’esperienza l’aveva certamente cambiato e forse non sarebbe stato mai più la stessa persona, ma oramai era risoluto a scoprire perché e come era giunto qui e in che modo sarebbe potuto tornare a casa.

Nel frattempo nella prigione, l’ufficiale guardava dal porto la nave in lontananza e una voce alle sue spalle lo canzonò: “Come spiegherai questo grave fallimento Price?”. Il capitano Price la ignorò e la voce continuò: “Potrebbero chiedere la tua testa?”. L’uomo sorrise e disse: “Dubito, che possano permettersi di perdere valenti ufficiali e in fondo sei tu, che non hai ricavato nulla Giordano, o sbaglio?”. Giordano Biscagli si mise accanto a all’altro e commentò affabile: “Al contrario, ho avuto più informazioni di quel che pensavo, stare nella stessa cella di Teramene è stato molto utile. Certo se tu mi avessi lasciato più tempo col ragazzo, magari avrei scoperto anche qualcosa sulla chiave.”.

Price sbuffò e aggiunse: “Nemmeno sapevi, che lui sapeva qualcosa della “chiave”, io l’ho scoperto, perché quando me l’hanno portato era in stato confusionale e ha farfugliato qualcosa, ma la prossima volta…” concluse la frase stringendo i pugni. Messer Biscagli voltatosi si incamminò verso la prigione e disse all’altro: “Con calma, amico mio.”.

Continua…

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