Dieci persone stavano sedute nella sala d’attesa di un’ambulatorio ad aspettare il proprio turno per vedere il medico. Alcuni si conoscevano di vista, perché andavano spesso da questo medico, ma in generale tutti ignoravano l’identità di ciascuno.
La saletta era completamente bianca, con un’ampia finestra, nella parete opposta alla porta, che dava sul cortile interno del palazzo, in cui si trovava l’ambulatorio del medico. Al centro della stanza stava un tavolino con alcune riviste. Agli altri due lati, rispetto alla porta e alla finestra, erano disposte una decina di sedie pieghevoli, cinque per lato.
In attesa c’erano: quattro donne, quattro uomini e due bambini.
Due delle donne erano anziane e parlavano tra di loro di persone che conoscevano, una di loro aveva fatto da poco la spesa, teneva ancora la busta in mano, mentre l’altra teneva un sacco di fogli in mano, si trattava delle analisi che il medico le aveva prescritto di fare.
Delle altre, una era senz’altro una donna in carriera, indossava la camicia, la giacca dei pantaloni e scarpe coi tacchi. Teneva la testa china sul cellulare, rispondendo a sms, email, non badava all’ambiente che la circondava. Probabilmente non sarebbe neanche venuta dal medico, perché i suoi impegni non le davano tempo, ma ultimamente si sentiva sempre esausta ed essendo il miglior trimestre per l’azienda in cui lavorava, non poteva permettersi malattie.
L’ultima invece, era la mamma dei due bambini, leggeva una rivista di gossip, alcune volte sollevava lo sguardo verso i figli per controllare che stessero tranquilli e non disturbassero. Lei era turbata, sapeva che in questo periodo non avrebbe avuto tregua con le malattie varie che colpiscono i bambini a quell’età e per questo sperava di poterli vaccinare il prima possibile. Vorrebbe avere anche del tempo per stare con suo marito, che ultimamente sentiva come distante.
Dei quattro uomini: uno è anziano, uno è un giovane sulla trentina e gli ultimi due sono di mezza età.
L’anziano uomo leggeva un quotidiano, alcune volte scuoteva la testa o sbuffava rumorosamente, per attirare l’attenzione, ma i suoi tentativi erano frustrati dall’indifferenza generale delle altre persone della stanza, che a eccezione dei due bambini, i quali ancora non avevano preoccupazioni e si godevano la loro meritata infanzia di gioco, gli altri rimanevano distratti dai loro problemi.
Il giovane uomo, indossava un completo in giacca e cravatta, aveva un aspetto malaticcio, teneva le braccia conserte, nemmeno si preoccupava di dare un’occhiata al cellulare, che vibrava in modo frenetico nella tasca della giacca a intervalli regolari.
Il penultimo uomo era anche lui in giacca e cravatta, lavorava su un piccolo portatile, a volte sollevava lo sguardo sui presenti o guardava fuori dalla finestra. Non lo dava a vedere, ma il suo lavoro, ormai lo annoiava, quando aveva cominciato sembrava la cosa più bella del mondo, ma dopo trent’anni e poche soddisfazioni, non ne poteva più.
L’ultimo individuo aveva passato i quaranta, appariva molto curato nell’aspetto fisico e persino nella cura dei vestiti, ma restava visibilmente nervoso, controllava spesso l’ora, cambiava spesso la posizione delle gambe. Era ovvio, che non vedeva l’ora di andarsene e fu proprio lui a rompere quel silenzio assordante.
Indispettito dall’attesa sbottò: “Ma insomma! Quanto ci mette?”
Tutti si voltarono un istante, ma non risposero, tranne il 3° uomo, alle prese col suo portatile. Senza neanche voltarsi verso l’altro gli rispose pacato “Di che si preoccupa? Il prossimo è lei.”.
L’altro già con i nervi a fior di pelle non accettò il commento e rispose con veemenza: “Io faccio quello che mi pare, se mi va di lamentarmi lo faccio, chiaro?”
Il terzo signore chiude il portatile, lo mise dentro la valigetta che aveva con se, si tolse anche gli occhiali che ripose nella tasca davanti della giacca e si voltò a guardare il suo interlocutore. Il suo volto era inespressivo, non traspariva alcun sentimento di astio o di rabbia, tranne che nella sua risposta, perché disse: “Le persone come lei mi irritano sempre, vi lamentate sempre di tutto. Pensate sempre che il mondo sia contro di voi, ma non vi mettete mai in gioco per cambiare le cose, perché temete di poter fallire. Lasci che le dica una cosa signore: la vita è una strada fatta di scale, ci si abitui.”
I due restarono in silenzio, gli altri osservavano la scena colpiti senza dire una parola. Giunse infine l’assistente del dottore che chiamò l’uomo che si lamentava dell’attesa, questi prese le sue cose e seguì l’assistente dal dottore senza dire una parola.
Probabilmente la risposta lo aveva sbigottito a tal punto da non sapere come controbattere, ma senza dubbio la sua giornata sarebbe stata molto diversa quel giorno.








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