Una mattina di febbraio, un gruppo di ragazzi stava in una sala d’attesa di un’agenzia di Casting, la tensione era palpabile, ma molti ostentavano una sicurezza di apparenza.
Arrivò uno degli assistenti, che chiamò il primo nome, si presentò un ragazzo schivo, trasandato, con gli occhi e i capelli neri.
Non sembrava fare caso all’aspetto poco curato con cui si era presentato, l’assistente lo guardò con aria interrogativa e poi lo invitò a seguirlo.
Non passò che un minuto, che il ragazzo tornò nella sala d’attesa, l’espressione leggermente afflitta, l’assistente dietro di lui chiamò il prossimo nome e un altro ragazzo lo seguì.
Gli altri si avvicinarono al primo, curiosi di sapere cosa gli avessero chiesto. Quello con espressione improvvisamente distesa e sorridente rispose: “Mi hanno chiesto di recitare un monologo e io mi sono rifiutato. Vi rendete conto?”.
I ragazzi lo guardarono straniti e divertiti, uno di loro però chiese: “Di cosa dobbiamo renderci conto?”
L’altro si volse verso di lui e rispose: “Siamo qui per dimostrare a queste persone che sappiamo impersonare dei personaggi immaginari, non è forse più notevole impersonare noi stessi in tanti modi diversi? Io stamattina sono venuto con una faccia e me ne vado con un’altra. Non merito un oscar per questo?”







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