Il fabbricante di maschere era seduto in una panchina della piazza principale, come ogni volta restava un po di tempo lì guardando le persone passare davanti, gli si avvicinò il signor Meretti, che aveva un negozio di abiti sulla stessa strada dell’altro uomo, Meretti toltosi il cappello lo salutò: “Buongiorno signor Valecchi, posso sedermi con lei?”

Il signor Valecchi rispose con un sorriso, quasi sorpreso e contento della richiesta: “Buongiorno signor Meretti, la prego si sieda pure, mi fa piacere la compagnia.”

“Grazie!” rispose l’altro e si sedette accanto al signor Valecchi e i due si raccontarono un po di come andavano gli affari in negozio, dei clienti che venivano da loro, del loro mestiere. Poi il signor Meretti volse una domanda importante all’altro: “Mi dica, ma perché viene qui tutti i giorni a guardare le persone che le passano davanti? Cosa vede?”

“Vedo tutto quello che non sono più in grado di essere, vedo finzione ovunque e non riconosco più la realtà, vedo quello che altri scelgono di non vedere. Sono trent’anni che faccio questo e non riesco a smettere, è un dono e una maledizione.” Spiegò affranto l’uomo.

“Ma perché fa tutto questo? Cosa vuole dimostrare?” lo incalzò il commerciante.

“Venga con me, glielo farò vedere!” esclamò quello alzandosi e invitando il signor Meretti a seguirlo.

I due tornarono insieme alla bottega del signor Valecchi, entrati l’uomo condusse Meretti nel retrobottega, vi erano molti scaffali, tutti numerati.

“Cosa c’è li dentro?” chiese l’ospite.

“Disegni dei clienti, venga di qua prego.” rispose l’altro frettolosamente, indicando la scala che portava al piano superiore.

“E’ qui che vive?” chiese Meretti.

“Qui? Noo, uso il resto del palazzo come deposito.” spiegò l’altro. Aprì la porta davanti al loro che dava accesso alla stanza del primo piano e introdusse il suo ospite. Questo, entrato, rimase a bocca aperta: su ogni parete della stanza vi erano maschere di ogni forma, colore ed espressione, sotto di ognuna c’era la targhetta con la data in cui era stata fatta.

Il signor Meretti attraversò la stanza, guardando le maschere, si soffermò poi sulla prima che era datata 1942, aveva un’espressione sorpresa, di dolore e paura.

“Quella è l’espressione  che ho visto nel primo uomo che ho ucciso, durante la guerra.” spiegò il signor Valecchi.

“Lei ricorda le espressioni di tutte le persone che ha visto?” domandò l’altro incredulo.

“Si, è un dono e una maledizione, come ho detto, tutti vogliono una maschera da me per nascondere chi sono, io ne voglio una che ricordi  a me stesso chi sono io.” rispose l’altro.

Il signor Meretti prese risoluto una maschera e la indossò poi chiese: “Chi sono io ora? Sono il signor Alfonso Meretti o qualcun altro? Dietro una maschera si cela una persona, con una propria identità, una propria storia, una propria vita; lei ha guardato se stesso attraverso le paure e le gioie degli altri, perché ha paura, non è così che troverà la felicità. Non tema di guardarsi allo specchio e di scoprire la persona che è oggi, non tema il passato, perché non ha modo di decidere il suo futuro.” detto questo, ripose al suo posto la maschera e lasciò da solo il signor Valecchi.

Il signor Valecchi non fu più visto in città dopo quel giorno, ma il signor Meretti rimase convinto che in qualche modo l’uomo delle maschere aveva trovato un modo per essere di nuovo vivo e non poteva essere più contento per lui.

 

 

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