Il tempo sulla nave sembrava non scorrere mai, Fabio si trovava sottocoperta, intento a leggere un libro prestatogli dal signor De Rosa, intorno a lui buona parte dell’equipaggio dormiva. A un certo punto la sua attenzione fu attirata da una sorta di lamento, qualcosa di molto triste si legò al suo animo, non riusciva a spiegarsi come mai, era sempre stato molto sensibile, ma quella sensazione lo pesava molto e lo chiamava. Si alzò per cercare l’origine di quel lamento, si recò sul ponte e vide a poppa Lomar, uno di quegli alieni che lo avevano aiutato a scappare dalla prigione. Sotto la luce del fiume che attraversava il cielo Lomar appariva ancora più inquietante con la sua pelle grigia come la pietra, le unghie lunghe e acuminate, gli occhi gialli; rassomigliava più a un demone di un racconto fantastico.

La sua natura dolce e il suo fare maldestro lo rendeva senz’altro meno pericoloso.

Fabio si avvicinò per chiedergli se ci fosse qualcosa che non andava, l’altro rispose: «Ho conquistato la libertà dopo tanto tempo, troppo forse, e ora non so se ne ho a sufficienza per quello che sto cercando.»

«Perché pensi questo?» domandò triste l’altro ragazzo

«Non siamo un popolo dalla lunga vita, per un kentassiano arrivare ai trent’anni è un ragguardevole traguardo, il nostro sistema respiratorio è particolarmente sviluppato proprio per sopportare l’atmosfera rarefatta di Kentaah, il mio pianeta natale, però la lunga esposizione ai gas serra ci indebolisce e riduce la nostra aspettativa di vita.»

«Come sei arrivato qui?» chiese Fabio con curiosità.

«Cercavo una nuova casa per la mia gente, diciamo che fu quasi destino.» rispose accennando un sorriso Lomar.

«Credi nel Destino?» volle sapere da lui il giovane studente.

«Si, mi ha portato qui ed è stata per una ragione. Tu no?» chiese l’alieno, notando un lo scetticismo che Fabio traspariva nella sua espressione alla risposta.

«No, se le cose accadono, belle o brutte, non avvengono per volontà di qualcosa di sovrannaturale, ma sono frutto del caso. Se così non fosse, significherebbe che la vita è predeterminata, che ogni mia azione non è stata frutto di una mia scelta e non posso accettare questo.»

«Posso farti un’altra domanda?»  fece Lomar altrettanto incuriosito da Fabio.

«Certamente!» lo incoraggio l’altro.

«Cosa facevi prima di arrivare qui?» domandò quello.

«Studiavo, frequentavo l’università a Pisa, dove studiavo letterature e filologie Euroamericane.» rispose con orgoglio Fabio.

«Caspita! Immagino sia impegnativo, no?»  gli chiese conferma Lomar.

«Si, molto in effetti, ma si tratta di studi che adoro, in un certo senso appaga le mie fatiche.” rispose Fabio ridendo.

«Posso chiederti invece come funziona il tuo collo?» riprese il ragazzo con imbarazzo.

«Questo?» chiese Lomar indicando il collo rosso, rilassato in quel momento.

«È parte del funzionamento del nostro sistema respiratorio, quando espando il torace, non solo i polmoni si gonfiano, ma anche una sacca racchiusa nel collo, gonfiandosi accumula aria ed essendo a contatto con le corde vocali, mi permette di sfruttarla per ampliare la mia voce, questo ne comporta anche l’uso a scopo difensivo.» spiegò il non umano approfonditamente.

Fabio rimase ammirato, i due parlarono poi dei loro rispettivi mondi, il ragazzo rimase affascinato da come Lomar descriveva le città sotterranee del suo mondo, costruite su enormi stalattiti all’interno di caverne molto profonde; delle oltre quaranta tribù in cui era diviso il suo popolo e in cui gli scontri si disputavano attraverso gare di canto, per richiamare il potente Garon, un enorme drago di Terra, a cui i duellanti dovevano dedicare una canzone per ricevere il suo favore.

Fabio parlò della bellezza delle città rinascimentali, delle grandi metropoli del mondo, recitò componimenti che ricordava a memoria di svariati autori: Foscolo, Leopardi, Pasolini, Petrarca. Lomar ascoltava i suoi racconti su Madonna incantato come un bambino, lo ascoltava cantare le sue canzoni.

I due rimasero a chiacchierare per molto tempo e entrambi ne furono davvero contenti, perché si sentivano tanto felici di essere per un giorno senza problemi.

 

 

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