Oggi ho fatto un’intervista a uno dei personaggi più controversi della storia romana l’imperatore Tiberio Claudio Nerone, figlio dell’omonimo Tiberio Claudio Nerone e Livia Drusilla e adottato in seguito da Ottaviano Augusto, dopo il matrimonio dello stesso con la madre Livia, avendo questa divorziato dal marito.

Si tratta di una figura molto contestata dagli storici, più di tutti da Tacito e Svetonio, e ancora oggi è difficile comprendere chiaramente l’operato di un tale personaggio nella storia della prima età imperiale.

L’uomo che ho incontrato è l’imperatore dell’ultimo periodo della sua vita, in grado di fare una sintesi dei propri successi e fallimenti, spossato dalla vecchiaia, ma ancora dotato di una dignità e un orgoglio tali da incutere una certa soggezione.

Incontro Tiberio nel suo rifugio naturale, un luogo che lo ha sempre affascinato per la sua semplicità e bellezza, l’isola di Capri.

Il colloquio con l’anziano princeps avviene nei pressi della scogliera, dove Tiberio si ferma spesso durante le sue passeggiate.

È il ritratto di una vecchia aquila, nonostante l’età l’abbia leggermente ingobbito, rimane saldo, con lo sguardo severo, ma allo stesso tempo malinconico.

Lo accompagno nella sua passeggiata, insieme alla sua scorta personale, non vuole essere chiamato imperatore, ma accetta il titolo di princeps.

Princeps, la mia prima domanda non può che essere se non riguardo a come la Storia ha tramandato la sua figura. Reputa ingiusto il giudizio che gli storici del suo tempo hanno avuto su di lei e di come tale giudizio abbia condizionato inevitabilmente quello giunto sino a noi?

Non ho mai badato al giudizio degli altri sulla mia persona, perché non mi è mai interessato piacere, ma ho sempre tenuto al riconoscimento dei miei meriti, come comandante militare e amministratore dello Stato, su cui ci sono stati pareri discordanti nella narrazione storica e in alcune circostanze non a torto. Errori ne ho commessi.

È vero, errori ne ha commessi, specialmente nella scelta dei propri collaboratori, mi riferisco in particolare al prefetto del pretorio Seiano, che è stato capace di arrivare quasi al trono imperiale, attraverso l’omicidio di tutti i potenziali eredi. Ecco, cosa l’ha spinta ad affidarsi totalmente a un uomo, le cui mire erano ben conosciute negli ambienti di corte?

Quello con Seiano è stato un mio drammatico errore, non ho compreso fino alla fine la sua avidità di potere, pur avendolo avuto al mio servizio per molti anni, sarà che non sono mai stato personalmente avido di potere. Il mio errore mi è costato molto di più che un trono, ho perso la mia famiglia, non esiste dolore più grande rispetto a quello di sopravvivere al proprio figlio, mi creda.

Parlando del potere, cosa spinge, secondo la sua esperienza, gli uomini a cercarlo in modo quasi disperato, ricorrendo a ogni mezzo anche il più nefando se necessario per ottenerlo?

Molti lo cercano per bisogno, perché devono dare un senso alla propria esistenza, altri lo bramano perché tramite esso eserciti il controllo, puoi disporre degli altri come più ti aggrada e sono convinti che niente sia al di sopra di loro. Tuttavia, sia chi si trova al potere sia chi lo brama non si rende conto di una cosa: non è eterno, prima o poi ha fine.

 Nel corso del suo lungo  regno, lei princeps non ha mai pensato a ingrandire i confini dell’impero, ma di salvaguardarne i confini come mai?

La decisione fu dovuta a una necessità strategica, innanzitutto perché mantenere un esercito è estremamente costoso, senza contare il rischio rivolte nei suoi ranghi, a cui l’impero è sempre stato esposto. Ai soldati importa essere pagati e sfamati, non importa avere terre in territori sperduti, sotto la costante minaccia di popoli bellicosi. La guerra tempra gli uomini, ma è spaventosa e nessun soldato vuole farla per tutta la vita.

In secondo luogo, mantenere attivi i collegamenti con le province è un’altra spesa non indifferente, ma indispensabile per avere il controllo del territorio.

Per quanto riguarda il suo rapporto con Roma, molto sulla sua figura è stato detto, proprio per la sua distanza dalla capitale, una lontananza che l’ha alienata dal popolo e ha permesso ai suoi nemici di avere mano libera sulla città. Ecco cosa l’ha spinta a tenersi lontano per buona parte della sua vita lontano dal centro dell’impero?

Ho sempre trovato Roma una città strana, caotica, adatta ad essere una capitale, ma la grandezza sempre più smisurata dell’impero ne ha in un certo senso macchiato l’identità.

È un centro di potere, ma se provaste a camminare per le sue strade vi sentireste confusi, insicuri, in balia di un mondo vasto, in cui vedete di tutto e questo sconvolge l’animo di una persona. Durante il periodo in cui mi sono interessato all’amministrazione dello Stato, ho cercato in tutti i modi possibili, di correggere il malcostume, di ridare dignità alle istituzioni, di punire la piaggeria, però ho capito presto che erano provvedimenti che non diminuivano il mio distacco, si tratta di una città che proprio non ho mai amato e da cui non sono stato amato.

Un ultima domanda, il suo lungo regno è associato a un evento importante per la storia del Cristianesimo, la vita e la morte di Gesù Cristo. Come percepisce questa figura e il destino che ha avuto e che rapporto ha con la religione?

(Alla domanda il princeps rise, una risata divertita, ma che non può nascondere una certa amarezza.)

Trovo incredibile che un uomo vissuto così poco abbia condizionato la storia dell’intera umanità, più di quanto sia stato in grado di fare io, arrivato a quest’età per un impero.

Non mi sono mai occupato delle questioni religiose, ho sempre lasciato libertà di culto, purché non entrassero nelle faccende dello Stato, specialmente per quanto riguardava l’ordine pubblico.

Riconosco che il prefetto ha agito in base a pressioni esterne, in quella circostanza, personalmente mi ha stupito il messaggio che cercava di trasmettere quell’uomo, ma non ho mai avuto una particolare propensione per le questioni religiose.

                                                                                                                                     Lorenzo Bertini 

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