Lo psicologo rimase dunque in silenzio aspettando la risposta di Walter, che aveva più paura di ricordare cose a cui non pensava da anni, piuttosto che parlare, ma per essere convinto che stessero parlando della stessa cosa, chiese dunque: – A cosa ti stai riferendo? –

– So che si tratta di un argomento sensibile per te, a tal proposito mi sono permesso di portare un dvd con me, siediti! – spiegò il personaggio indicando una delle poltrone dello studio, la rivolse verso lo schermo incastrato nella libreria, mise il dvd nel lettore e spinse play.

Sullo schermo apparve una scena familiare per Walter, una conferenza stampa di qualche anno fa per la presentazione di un libro di una amica, a cui aveva scritto la prefazione; era il momento per le domande dei giornalisti e uno dei giornalisti di un giornale scandalistico pose a lui questa domanda: ” È vero che ai tempi del liceo è stato in un centro di salute mentale?”

Il moderatore in quell’occasione intervenne immediatamente e invitò il giornalista a fare domande attinenti alla conferenza e di approfondire altre notizie, magari nel corso del rinfresco o in altra sede.

In seguito il giornalista cercò altre volte Walter, che non diede mai alcun commento al riguardo, ma la domanda lo aveva molto scosso, perché si trattava di un capitolo della sua vita che credeva di aver chiuso.  Aveva chiamato sua madre, per capire se qualcuno della sua famiglia avesse raccontato qualcosa, ma la madre gli disse che era solo stata contattata dal giornalista, senza però dare risposte.

Nei giorni seguenti Walter restò sempre in casa, col telefono staccato, aveva deciso di cominciare un nuovo romanzo, un qualcosa di autobiografico: “Lo psicologo di me stesso”, dove iniziò a parlare della propria capacità invettiva che lo aveva sempre accompagnato, ma che a un certo punto della sua vita era andata aldilà del suo controllo, attraverso di essa infatti Walter aveva creato un mondo di persone senza volto, tutte con una loro personalità  e qualcosa da insegnare e tutte che interagivano con lui.

Se i genitori all’inizio avevano incoraggiato la sua invettiva, ora si rammaricavano di come il figlio fosse soddisfatto di rinchiudersi nel suo mondo ideale, fu una decisione sofferta quella di rinchiudere Walter in un centro di igiene mentale all’età di sedici anni, ma in quel momento sembrò per loro l’unica alternativa.

Walter visse quel biennio molto male, di quel posto ricordava sopratutto il freddo, era una cosa che lo inseguiva in ogni stanza del complesso, persino nello studio del suo medico. Restava sveglio quasi ogni notte durante il primo anno, tra il freddo e il dolore che provava ogni giorno a stare lì, la rabbia nei confronti dei suoi genitori e la solitudine, sua amica di lunga data.

Durante il primo incontro con il medico che lo aveva in cura, Walter dichiarava di essere sano di mente.

Il medico gli rispose: – Vorrei ben vedere se credesse il contrario, secondo lei tra un paziente che dichiara la propria sanità mentale e un altro che mi dichiara lucidamente di essere malato di mente a chi dovrei credere? Mi stanno dicendo entrambi la verità? O tutti e due mentono, per un loro fine? –

Walter fu colpito dalla franchezza con cui il medico gli aveva parlato, non se lo aspettava, fu senz’altro una delle persone che più lo aiutò in quel periodo, ma nonostante ciò non riusciva proprio a ricordarsi il suo nome tranne che era lungo e difficile da pronunciare, a tal proposito  il dottore preferiva essere sempre chiamato con un nomignolo: ‘Ozzy’.

Lo scrittore non aveva mai gradito il nomignolo del suo medico, perché gli sembrava un nome più adatto a un cane.

 

 

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