Oggi ero alla piccola cerimonia di commemorazione, che l’amministrazione ha fatto nei pressi del monumento dedicato alle vittime del Covid qui a Casalpusterlengo e nelle sue frazioni. Sembra che sia passato ben più di un anno da quel 21 febbraio 2020, quando a tutta la cittadinanza venne chiesto di limitare i propri spostamenti, ufficialmente la zona rossa qui e negli altri comuni del lodigiano sarebbe iniziata domenica. Io ero da solo a casa, con la mia gatta, e fu un fulmine a ciel sereno apprendere la notizia del contagio a Codogno, perché mai avrei pensato che il principio della diffusione del virus in Italia sarebbe cominciato qui, nel Lodigiano. A essere onesto, neanche pensavo che ci sarebbe stata una pandemia, credevo che sarebbe stata una cosa circoscritta all’Asia, un po’ come lo era stato l’Ebola all’Africa e invece tutto l’opposto. Mi chiamarono i miei, che in quel momento erano in Sardegna e volevano rientrare subito, la situazione non era ancora chiara, personalmente avrei preferito che restassero lì, visto che la loro fascia d’età era tra le categorie a rischio, ma ritornarono comunque e in un certo senso fu un bene, perché non so se avrei potuto stare da solo per tutto il tempo necessario. Mi chiamò mia sorella, molto preoccupata, parenti, amici, ex colleghi, di cui una di loro fino a poco tempo fa aveva avanzato il sospetto in ufficio, che il virus potesse arrivare qua, ma io non ci credevo.
Da quel giorno compresi bene la gravità della situazione, attraverso il suono delle ambulanze, in tutta la mia vita posso dire di non averne mai sentite così tante a ogni ora del giorno, dalla mattina alla sera interrompevano quel silenzio spettrale, di cui erano pervase le città. Confesso che più aumentavano i contagi e le vittime, più nella mia mente balenava un pensiero straziante rivolto non solo ai familiari delle vittime, ma anche al personale sanitario; mi domandavo come potessero stare psicologicamente, impotenti di fronte ai tanti morti che vedevano sfilare di fronte a loro. Mi dicevo che finito tutto questo avranno bisogno d’aiuto per riprendersi, perché come puoi pensare di non mettere in dubbio te stesso, quando studi anni e anni, per imparare a curare le persone e questo virus vanifica tutti i tuoi sforzi? E’ il pensiero di chi ovviamente non ha mai studiato medicina o qualunque altra disciplina connessa a tale branca.
La mascherina, che fino a quel momento avevo sempre visto indosso a dentisti, medici, infermieri, ora la vedevo e la portavo ovunque, la nostra società era chiamata al rispetto di regole e limitazioni ben precise; l’utilizzo di questo strumento era e rimane la più importante.
Nei primi mesi trovavi la fila per entrare in farmacia, al supermercato, alla posta o per ritirare le mascherine che la Protezione Civile distribuiva a ogni nucleo familiare. Tutto appariva surreale, se me lo avessero raccontato non ci avrei creduto, eppure eccoci qui dopo un anno, ancora a cercare di capire quando arriverà la parola fine per questo incubo.
Lorenzo Bertini








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