Figura di spicco del Risorgimento, il cui operato è rimasto spesso sottotraccia, ma che ebbe un contributo essenziale al compimento dell’Unità. Ha rivestito diverse volte incarichi di governo, l’ultimo come primo Presidente del Consiglio dei Ministri del nascente Regno d’Italia.
Uomo politico di stampo liberale, i suoi modelli sono sempre stati fuori dai confini nazionali in Francia e in Inghilterra. L’intervista di oggi è rivolta a sua eccellenza il Conte Cavour.
Nel cuore pulsante della democrazia parlamentare Cavour si siede nei banchi del governo e a mani giunte osserva l’aula e contempla ciò che è diventata la nazione italiana. Nel suo sguardo traspare un senso di nostalgia verso quell’ambiente a cui ha dedicato la sua vita, fino all’ultimo.
Eccellenza, che effetto le fa ritornare in aula?
Non mi sembra di averla mai lasciata in effetti, ma non posso che provare nostalgia e rammarico per non essere stato partecipe del totale completamento dell’Unità nazionale, di non aver lasciato dietro di me un sentiero da seguire.
Immagino che abbia avuto modo di conoscere ora le vicende del Mezzogiorno che sono accadute, dopo la sua prematura dipartita. Ritiene che l’operato dei suoi successori sia in linea con quello che aveva auspicato per il Mezzogiorno?
Ne ho preso conoscenza e sono deluso da quelle scelte, avendo espresso a chiare lettere nel mio letto di morte di non adoperare misure repressive, come lo stato d’assedio. Il problema di molti colleghi del mio tempo è stato la mancanza di lungimiranza e di capacità di giudizio della situazione.
Proprio questa lungimiranza sarebbe stata necessaria per fare crescere il paese economicamente, perché vede, l’Italia cresce molto al Nord, ma non al Sud. È responsabile la classe dirigente di questa inevitabile spaccatura, che in un certo senso ha diviso il paese in due?
È responsabile la classe dirigente, così come gli elementi della società, troppo spesso interessati al proprio orticello che alle novità, una caratteristica che nel tempo come popolo non abbiamo mai perso. Vede, per avere cambiamenti a volte è necessario andare contro tutto e tutti, a questo paese è mancato spesso il coraggio di osare. Io nella mia carriera non ho mai avuto difficoltà a fare una cosa e poi andarmene, il re certamente non ne sarebbe stato dispiaciuto.
Tra i provvedimenti di cui è stato più convinto sostenitore, vi sono state le leggi Siccardi, che hanno ridefinito i rapporti tra Stato e Chiesa in Piemonte. L’ Italia per Storia e tradizione è sempre stata legata alla Chiesa Cattolica, anche oggi come paese risentiamo di questo legame, quando si parla dei diritti civili come eutanasia, aborto, divorzio, omosessualità…. Ritiene giusto che la Chiesa possa condizionare quali leggi siano giuste e quali no?
Si rammenti che io sono comunque un cattolico, oltre che un politico, se mi chiede di rispondere come tale, posso comprendere le ragioni della Chiesa, che si oppone sulla base di ciò che insegna. Come politico per me lo Stato è laico, questo non significa fare quello che si vuole, ma tenere sempre distinto il piano religioso da quello terreno degli affari dello Stato.
Oggi, il nostro paese si trova all’interno dell’Unione Europea, una confederazione che comprende 27 paesi del vecchio continente, come vede questa organizzazione?
Sono rimasto colpito da questo cambiamento, vissuto dalle generazioni successive alla mia, ho sempre guardato con fascino al panorama europeo, volevo che l’Italia ne facesse parte come monarchia di stampo liberale e progressista. Oggi assisto al compimento di un passaggio più grande dell’Unità della nazione; tuttavia sono rammaricato che questa Unione Europea non abbia concreti e chiari sbocchi di indirizzo, forse perché le singole nazioni non ne sono troppo convinte.
Ultima domanda per lei eccellenza: cosa pensa di questa Italia?
Penso che sia un monumento di rara bellezza, con belle decorazioni; eppure più ci si avvicina e più si notano le crepe diffuse sulla sua facciata. L’aspetto è importante, ma se non si ha cura della base, dei dettagli, non potrà superare la prova del tempo.
Il Conte si alza, percorre il l’emiciclo guardandosi attorno e abbandona la stanza, consapevole di non dover più seguire il destino del paese.
Lorenzo Bertini








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