Alice si svegliò in una panca, era ancora un po stordita, non ricordava bene cosa fosse successo, stava tornando a casa e poi più niente.
Si guardò attorno, non riconosceva quel luogo, sembrava una galleria, dove erano esposti diverse opere d’arte in diverse stanze. I visitatori apparivano malinconici senza alcun stimolo alla vita, erano come tante rose senza petali e senza spine. Alice si mise seduta, osservava quel luogo e ne aveva paura, percepiva che qualcosa di sinistro aleggiava in quel luogo e voleva andarsene.
All’improvviso comparve davanti a lei una donna, con una uniforme, forse una delle custodi, che con voce soave le disse: – Prego continui la sua visita. –
– Da che parte è l’uscita? –
– L’uscita è oltre il bookshop, alla fine della galleria. –
– Grazie. –
Alice si alzò, evitando lo sguardo della custode, che continuò a osservarla mentre si allontanava. Osservando i quadri della prima sala sentiva come un desiderio di calma e rassegnazione, guardando infatti più da vicino un quadro con un grande campo e un albero solitario in mezzo, sentiva la sua vita scivolare via lentamente, come se il dipinto stesso gliela stesse succhiando via.
Una mano la tirò via dal dipinto, la ragazza stramazzò a terra senza fiato, lontana dall’opera mortale, accanto a lei un giovane sulla trentina con gli occhi chiari, il viso scavato, lo sguardo serio e triste; le porse la mano e disse: – Alzati, più a lungo resti seduta e più è alta la probabilità di incontrare un guardiano. –
Alice afferrò la mano dello sconosciuto e si tirò su, i due iniziarono a camminare, di tanto in tanto osservando le opere a distanza di sicurezza e a questo punto chiese: – Che posto è questo? –
– Questo luogo non è da nessun parte, è come un sogno eterno, dove lui consuma le nostre vite. –
– Lui? –
– Chi ti ha portato qui. –
– Perché lo ha fatto? –
– Non so le sue ragioni, ma vuole qualcosa da chiunque si faccia chiamare artista. –
Incrociarono un gruppo di visitatori, come tutti gli altri, erano vuoti senza alcuna gioia o passione, erano totalmente assenti. Alice era spaventata dall’idea di poter diventare come loro e chiese alla sua guida: – Posso andarmene da qui? –
L’altro si fermò e guardandola dritto negli occhi rispose: – Solo una persona ci è riuscita, per farlo devi arrivare assolutamente al bookshop. –
– Non mi sembra così complesso –
I due continuarono a camminare e l’uomo le confidò: – Questo luogo è una trappola per la tua mente, non ti ingannare, arrivare alla fine non sarà facile –
– Che devo fare? –
– Tieni chiusa la tua mente, i tuoi pensieri non devono influenzare l’ambiente circostante, perché questo sarà usato contro di te e soprattutto…- la tirò a sé con uno sguardo colmo di paura e disperazione – …per nessuna ragione al mondo dovrai restare ferma nell’ultima sala, vai sempre avanti, qualunque cosa tu possa sentire. Mi hai capito? –
-Si…ho capito. –
Si girò a guardare le stanze davanti a sé, le sembrava tutto così enorme e infinito, aveva paura e voleva che quell’incubo finisse al più presto, tornò a voltarsi verso il suo protettore, ma era scomparso, la ragazza ne rimase atterrita e pensò: “No, ti prego…”.
Ricordò però le parole che gli aveva pronunciato poc’anzi e cercò di mantenere la calma. Appena si voltò per riprendere il cammino si ritrovò ancora una volta un custode, che la fissava con un sorriso inquietante e le disse: – prosegua con la sua visita prego. –
– Cer-to!- balbettò lei.
Oltrepassò l’uomo senza pensarci due volte e continuò il suo percorso nella galleria, più andava avanti e meno visitatori incontrava, si sentiva la testa scoppiare e cominciava a sentire voci che le dicevano: “Alice!”; “Dove vai?”; “Da questa parte?”; “Aiutami!”.
Alice accelerò il passo, arrivò in una stanza piena di statue, quando passò di fianco a una di quelle in mezzo al corridoio, questa la afferrò per un braccio, spaventando a morte la ragazza, che cercava di divncolarsi e la statua che con una voce fredda e profonda le disse: – Non puoi nasconderti Alice, io ti sto venendo a prendere. –
La ragazza urlava disperata, riuscì a liberarsi e corse via, tutte le statue ora fissavano lei e ripetevano la stessa cosa: “Sto venendo a prenderti Alice!”, oltrepassò la stanza e la chiuse dietro di sé, aveva il cuore a mille, non voleva morire, non poteva succedere oggi.
Si fece coraggio e guardò davanti a sé, era una stanza molto buia, c’era una sola opera esposta, una scultura a lei molto familiare: una donna a mani giunte che tocca una mano più piccola di bambino, il suo più bel ricordo della madre. Alice aveva fatto questa scultura per ricordarla, rifletteva il tema della maternità e il ruolo di riferimento che la madre assume nella vita dei figli. La ragazza si avvicinò, accarezzò il viso della madre, ma le braccia della scultura la afferrarono improvvisamente, sotto lo sguardo pietrificato di Alice, che sentì dietro di sé una voce familiare sussurarle: – Ti avevo detto di non fermarti nell’ultima stanza. –
Nessuno poté udire l’urlo di Alice, la scultrice.








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