2.635.984 scenari, questo era il numero calcolato dalla macchina di Rowan, l’aveva progettata anni fa per trovare un modo di salvare la sua città, distrutta da un disastro, mentre lui era via.
Attraverso la sua genialità Rowan era riuscito a fare quello che nessun altro umano era riuscito: arrivare alla quarta dimensione; negli anni aveva infatti raccolto campioni e ricordi dai sopravvissuti al disastro, aveva investito tempo e risorse con l’aiuto di queste persone a creare acceleratori di particelle, allo scopo di creare mini buchi neri per aprire finestre temporali,
La Teoria della relatività ristretta di Einstein aveva introdotto il concetto dello spaziotempo, originando una equivalenza tra spazio e tempo, per cui non c’è un sistema di riferimento privilegiato e per ogni evento le coordinate spaziali e temporali sono legate tra di loro in funzione dello spostamento relativo dell’osservatore. Sulla base di questo assunto, Rowan aveva elaborato una teoria secondo cui il viaggio nel tempo era possibile attraverso i ricordi di uno specifico individuo, il punto di congiungimento tra spazio e tempo.
Per creare delle finestre temporali occorrevano grandi quantità di energia e Rowan aveva costruito una struttura enorme nel sottosuolo, persino più grande del Cern, composta da 10 acceleratori di particelle, quattro reattori a fusione nucleare e due complessi di ricerca in superficie. Con l’energia prodotta dal complesso diveniva possibile creare delle mini stelle, che lo scienziato sfruttava allo scopo di generare dei piccoli buchi neri.
Tramite questi creò una porta di accesso, la porta del tempo, la nominò, tramite cui iniziò una serie di esperimenti per trovare le esatte coordinate temporali di quando la sua città fu distrutta dal disastro; ma il tempo era su un altro livello, non era come un orologio, con cui si spostano avanti e indietro le lancette. Chi entrava dentro la porta vedeva tutta la sua vita passata, ne era spettatore.
Rowan pianificò cinque esperimenti, tutti su ex sopravvissuti al disastro: Diego, un operaio che lavorava sull’autostrada al momento del disastro; Kimberly, una studentessa dell’università; Antonio, un impiegato della banca; Jason, un poliziotto della stradale e Rala, una oncologa dell’ospedale.
Tutti erano sopravvissuti in circostanze eccezionali: Diego era rimasto fuori dal raggio del disastro, perché con la sua squadra stava rifacendo il manto stradale al chilometro 12 dell’autostrada a sud della città; Kimberly era nel tunnel della metropolitana; Antonio era nella cassaforte della banca assieme al Direttore; Jason stava percorrendo l’autostrada in un uscita dalla città e Rala era in Radioterapia nel bunker dell’ospedale.
Nessuno dei sopravvissuti ricordava come avesse avuto origine il disastro, né che ci sia stato alcun allarme in grado di prevederlo e Rowan voleva partire proprio da questo: comprendere quella giornata, da diversi punti di vista.
Prima di iniziare gli esperimenti, Rowan fece seguire tutte le persone da una psichiatra: la Dottoressa Chloe Desireè; la terapeuta aveva prima parlato individualmente con ciascun paziente, ascoltando le loro storie, i loro sentimenti per ciò che avevano perduto e in seguito aveva fatto una sessione in gruppo, per cui compilò un rapporto sulla loro idoneità agli esperimenti, ma con riserva, motivando di volere prima un incontro con Rowan.
Rowan sollevò gli occhi dallo schermo del palmare e chiese: – Ebbene? –
– Lei si rende conto dei rischi di sottoporre queste persone a episodi della loro vita, che li ha lasciati segnati? –
– Si sono offerti loro, non li ho costretti. –
– Questo non la assolve da eventuali episodi post traumatici che potrebbero manifestare. –
Rowan alzò le braccia e domandò: – Cosa vuole che faccia? Arrivati dove siamo ora, non si può tornare indietro. –
– Chiedo che il loro stato psicologico sia monitorato durante le sessioni e se necessario che l’esperimento sia interrotto, qualora il loro stato non li consenta di andare avanti. –
Si guardarono a lungo, poi Rowan sbuffò e disse: – E va bene.-
La prima sessione incominciò da Diego, Rowan voleva capire da dove aveva avuto origine il disastro, l’uomo entrò a passi lenti, la tuta pressurizzata che indossava era molto ingombrante, per cui procedeva con calma. Rowan e Chloe scesero dalla sala operativa, collocata di sopra della camera di contenimento e gli andarono incontro, non appena i tecnici iniziarono a prepararlo.
– Ei Diego, come ti senti? –
– Pesante, è proprio necessario tutta questa attrezzatura? –
I due sorrisero e Rowan rispose: – Temo di sì, dobbiamo tenerti monitorato e meglio non andare lì dentro senza un minimo di protezione. Oggetti come la tuta passano senza problemi, ma un corpo umano non è mai entrato. –
Diego restò deluso dalla risposta, a stento muoveva le braccia. La Dottoressa gli disse: – Ascolta Diego terremo monitorato il tuo stato emotivo, se non ti sentirai di proseguire, ti tireremo subito fuori intesi? –
– Non si preoccupi Dottoressa, io ho bisogno di risposte, come tutti qui. –
I due si allontanarono assieme ai tecnici, Diego ora stava di fronte alla camera di contenimento, in attesa che si accendesse la lucina verde accanto alla porta di accesso. Dalla sala controllo Rowan monitorava la situazione, dove la sequenza di avviamento era iniziata e fasci di ioni attraversavano ora la camera di contenimento, a cui seguì l’attivazione degli acceleratori per il rilascio delle particelle subatomiche.
La sala controllo iniziò a tremare, sotto Diego dovette reggersi per non cadere a terra, l’energia prodotta nella sala di contenimento metteva alla prova l’intera struttura. Rowan era soddisfatto aveva raggiunto la densità auspicata, ora bisognava concentrare la massa di quella ministella su un unico punto, attraverso una serie di reazioni la stella artificiale sembrò collassare, ma in realtà stava diventando un buco nero. Dovevano essere veloci, a queste dimensioni sarebbe vaporizzato in fretta, a tale scopo si concentrarono nella stanza atomi di idrogeno ed elio, componenti tipici dei gas stellari, il mini buco nero artificiale così formatosi si stabilizzò, ma la sua forza di attrazione era molto limitata.
La luce verde nell’anticamera si accese, Diego aprì lentamente la porta ed entrò nella stanza, il buco nero artificiale era stabile, la sua forza di attrazione era comunque impressionante anche a queste dimensioni e l’uomo sentiva una certa inquietudine, osservando quella porta buia e inscrutabile
Dalla sala operativa erano tutti col fiato sospeso, Rowan accese l’interfono e disse:
– Diego, noi siamo con te, qualunque cosa accada. –
L’uomo inspirò profondamente e sussurrò:
– Fatto 30, facciamo 31. –
Diego si aggangiò con un cavo di sicurezza e avvicinatosi a sufficienza si lasciò trascinare dentro sotto gli occhi dei presenti, che lo videro sparire.
Rowan volle che il personale verificasse subito le comunicazioni, ma non c’era segnale, non era possibile penetrare l’interferenza generata dal mini buco nero, nemmeno con l’interfaccia neurale, Diego era da solo.
L’ uomo librava in una profonda oscurità, non riusciva a contattare la sala operativa, sentiva salire la paura di non farcela, di restare lì, inghiottito per sempre in quella oscurità. Stava per richiamare il cavo, quando una sfera di immagini lo circondò.
Tutto intorno a sé vide la sua vita, i suoi ricordi di bambino, i suoi genitori, i giochi coi suoi fratteli, la scuola, il matrimonio, finché non riconobbe il giorno fatidico del disastro e si avvicinò a quell’immagine.
Era una bella giornata, sua moglie si era svegliata prima di lui, inziava presto il turno alla tavola calda, bevvero un caffè insieme, restarono abbracciati a letto, si baciarono, poi le insistè per andare e disse con un sorriso: “A stasera!”
Verso le 7:30 passò il suo amico Luis a prenderlo passarono prima alla sede della ditta dove lavoravano per recuperare le scarpe e poi andarono in cantiere con gli altri. La giornata scorreva tranquilla, finché verso le ore 10, Diego sentì qualcosa, un boato, ebbe giusto il tempo di girarsi, che venne investito da una spaventosa onda d’urto, che trascinò con sé edifici, automobili e alberi.
Si ritrovò di nuovo nell’oscurità, sudato e sconvolto, ma non aveva capito nulla di quel giorno, doveva vedere più a fondo. Diego chiuse gli occhi, concentrò la sua mente sul ricordo di quella giornata, la sfera di immagini tornò a ruotare attorno a lui, stavolta a una velocità impressionante, si senti trasportare all’interno dei propri ricordi, percorse la sua infanzia, sentì il suo piede tirare un pallone; baciare sua moglie; perforare l’asfalto col trapano elettrico; osservare coi propri occhi una enorme palla di fuoco crescere dalla zona residenziale della città e annichilire tutto ciò che era di fronte al suo cammino e vide poi il suo amico Luis spazzato via dall’esplosione.
Tutto tornò buio, Diego era sottoshock, librava da solo nell’oscurità e voleva solamente morire, non desiderava più ricordare, solo rimuovere questo dolore che opprimeva il suo cuore e la sua anima. Chiuse gli occhi, voleva solo lasciarsi andare ormai e si addormentò, quando li riaprì si trovò di nuovo nella luce, in un letto, e accanto a lui c’era la Dottoressa Desirée.
– No, no, no dovevo morire! – disse lui sconvolto
– Diego, Dio mio sei sveglio, non ci speravamo più. –
– Dovevate lasciarmi lì – rispose lui agitandosi nel letto.
– Ma cosa dici!? Calmati per favore, che cosa hai visto? –
Diego si bloccò, si voltò verso di lei con gli occhi gonfi, lo sguardo spaventato e devastato e disse: – Ho visto tutto. –
Continua…








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