L’atmosfera della Cappella Sistina abbaglia e stupisce lo spettatore che si trova di fronte uno spettacolo di luce, colori e forme grandiose. A questa sala la famiglia Della Rovere lega la sua Storia con quella della Chiesa, perché nella sua decorazione sia Sisto IV sia Giulio II hanno lasciato il loro segno ed è qui che incontro quest’ultimo.
Il volto grave e impassibile, seduto al centro della sala in un trono con un bastone tra le mani, il vecchio pontefice mi attende.
Pontefice, mecenate, padre, politico, contadino e condottiero: Santità la sua vita è ricca di sfaccettature, è soddisfatto dell’immagine che ha consegnato alla storia?
Ho reso grande la Chiesa, rivendicando uno spazio di influenza sull’Italia, tenendo alla larga lo spettro francese; nella vita posso dire di aver fatto quello che mi ero prefigurato, senza dover chiedere permesso o per favore. Tutto ciò che volevo me lo sono preso, dando retta al mio istinto.
Indubbiamente la sua iniziativa politico-militare ha modellato gli equilibri sulla penisola per gli anni a venire, ma non sente che la sua missione come vicario di Cristo e capo spirituale della Chiesa Cattolica sia stata messa in secondo piano? Vedere un pontefice oggi alla guida di un assedio sarebbe inverosimile.
Sinceramente i miei successi sono frutto anche di una grazia divina, che in più di un’occasione ha allungato la mia vita, ben più di quanto sperassero i miei avversari. Io mi sono fatto portatore di una missione su cui Dio inaspettatamente mi ha appoggiato, ma per intenderci io non sono un mistico e non mi sono mai professato come tale; pregavo come ogni buon cristiano e non ho mai infierito sui miei nemici. Il proselitismo è compito dei preti, dei monaci o dei vescovi; ma il papa è ben più di una guida spirituale, è un capo, un primus inter pares e non si illuda che questo sia cambiato.
Il vecchio pontefice appare ora rosso in viso con e le mani strette al bastone, che in più di un’occasione ha usato sui suoi interlocutori, motivo per cui, al fine di evitare le percosse del collerico papa guerriero cerco di stemperare la tensione spostando il discorso sull’arte.
Santità, la sua immagine è spesso associata a grandi nomi del panorama artistico italiano del primo decennio del cinquecento; penso all’opera di Bramante, Michelangelo e Raffaello, che hanno cambiato il volto alla città di Roma, trasformandola da borgo medievale a centro di un rinascimento artistico e culturale. Come vede lei l’arte e l’influenza che il mondo classico ha avuto nel suo tempo?
L’arte è l’espressione della bellezza, della forza, della perfezione; tutto quello che l’uomo non può raggiungere nella vita terrena lo proietta nell’arte, perché in fin dei conti essa è ciò che ci avvicina di più a Dio, alla sua gloria e alla sua misericordia. L’antichità non è qualcosa da nascondere, la grandezza di Roma è dovuta alla sua storia, un passato che non si cancella, perché ogni pietra di questa città ce lo racconta. Le tradizioni dei romani sono figlie del loro tempo e io nella ricostruzione ho preso quello che mi occorreva da questo gigante del passato, senza mettere in discussione quella che era il mio presente. Oggi voi fate lo stesso, avete creato una società che ha memoria di quello che è stato, ma non necessariamente ne deve condividere i pregi e i difetti, ognuno appartiene al proprio presente.
Lei nella sua vita ha tratto vantaggio da ogni situazione, modificando di concerto le proprie alleanze. Ecco, per la stabilità della pensola ha mai creduto in una unione di intenti che avvicinasse tutti gli italiani?
Fare causa comune ha vantaggi e svantaggi, capire gli uni e gli altri ha sempre contraddistinto la politica estera di noi italiani, basti pensare a quelli che molto spesso sono stati miei avversari come i veneziani; ma allo stesso modo gli Este o i Bentivoglio, tutte persone che curavano i propri interessi e badi bene sarebbero stati capaci di scendere a patti col diavolo pur di ottenere vantaggi. Io non credo che ci sia mai stata questa possibilità, perché abbiamo sempre lavorato per farci la festa senza cambiare nulla.
Ultima domanda Santità. Nella sua vita lei ha subito spesso rovesci da parte anche di amici, parenti e conoscenti, per cui ha vissuto una certa solitudine. Allora le chiedo: come si sopravvive alla solitudine?
Si sopravvive smettendo di darle una certa importanza, la nostra esistenza non è determinata da quante persone ci stanno attorno, ma da quello che siamo in grado di conseguire con le nostre forze. L’unico potere che la solitudine ha su di noi è quando arriva il momento della morte, lì mi creda siamo tutti veramente soli.
L’anziano pontefice riprese il bastone e si alzò, guardò indietro verso l’altare, osservando le forme e i colori lasciati da Michelangelo e con un sorriso beffardo lasciò la sala.








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