Le “4:00”, questo segnava l’orologio di Helen, da circa un’ora teneva gli occhi spalancati, aspettava sempre di riaddormentarsi, senza successo; con l’avanzare dell’età dormiva sempre meno.
Nel letto con lei c’erano Pula, la sua labrador, e Joey, il suo gatto soriano; erano tutto ciò che aveva.
Dall’età di dieci anni era rimasta da sola nel mondo e per i successivi cinquantasette aveva sempre avuto la compagnia degli animali, Joey e Pula erano gli ultimi arrivati e probabilmente dopo di loro non ne avrebbe preso altri.
Sentiva gli anni pesare sul suo fisico, ogni tanto pensava alla morte e si riprometteva che non avrebbe lasciato nessuno da sola, come lo era stata lei.
Si tirò su, Pula alzò immediatamente il muso, Joey aveva drizzato le orecchie, Helen guardò fuori il buio della notte di quel mondo in cui era sopravvisuta, dove le città erano le vestigia di un epoca ormai perduta e in cui lei era l’ultima reliquia.
Pula le si avvicinò scodinzolante, non le piaceva vedere la sua padrona pensierosa. Joey invece si stiracchiò e si mise seduto dandole le spalle.
Helen sorrise, ormai li conosceva, avevano due caratteri opposti, eppure quando si trattava di lei erano lì per farla stare meglio.
Si alzò dal letto, gli altri due la seguirono iniziò i suoi esercizi di yoga e plilates, la sua routine per mantenere il corpo allenato. L’età cominciava a pesare su di lei, adesso ogni volta che faceva troppe attività, doveva poi passare tutto il giorno a letto per riprendersi.
E per questo motivo teneva due giorni di riposo a metà e fine settimana. Il tempo libero l’occupava nell’orto, a comporre musica o fare mestieri.
Il suo lavoro? Dare conforto ai morti.
Da che era rimasta da sola nel mondo, aveva passato la sua vita a cercare sopravvisuti, ma alla fine aveva trovato sempre morti, persone con una storia, una identità.
Un giorno era capitata in un cimitero, con tantissime tombe, molte delle quali distrutte dalle esplosioni, altre intere con fiori secchi. Ovunque vedeva foto, date, solitudine e sebbene avesse un mondo davanti a sé; Helen aveva raggiunto la consapevolezza che condivideva qualcosa in comune coi morti…era sola e dimenticata.
Con questa nuova consapevolezza, Helen era strisciata di città in città, restaurando, costruendo tombe e raccogliendo fiori, per ricordare chi non c’era più.
Quel mattino uscì prendendo la propria mountain bike, seduta sul cestello davanti c’era Pula e alle spalle nello zaino da viaggio, con la testa fuori, Joey. Il trio scese giù per la breve collina e poi proseguì verso Sud.
Una leggera brezza accompagnava il viaggio tra le città-foreste, dove la Natura aveva ripreso i suo spazi, molte rovine apparivano infatti ricolme di rampicanti, cerbiatti correvano sull’asfalto ormai rovinato; le vestigia di ciò che un tempo era il simbolo della civiltà umana: la città.
Helen percorse la strada che conosceva a memoria, osservando quello che le interessava di più: il cimitero.
La struttura era ormai grande quanto otto campi da calcio, negli anni Helen l’aveva ingrandito, prendendo materiali dalle rovine, disegnando i progetti per le nuove aree e costruendole. Ogni volta che ci faceva visita lasciava la bici e portava Pula e Joey, il gatto trovava un buon punto d’osservazione e faceva la vedetta. La cagnetta invece era molto più vivace, seguiva Helen ovunque, la osservava lavorare, abbaiava mentre canticchiava.
Helen passava quasi tutta la giornata strappando le erbacce, pulendo le tombe, raccogliendo fiori da uno dei tanti vivai che aveva sistemato all’iterno del grande complesso. Passava ore e ore tra persone, di cui non sapeva quasi nulla, se non nome e data di morte, voleva farle sentire ricordate.
A volte fantasticava sulle loro vite: cosa facevano per vivere, le loro famiglie, i loro viaggi, i loro hobby, dove avevano vissuto o se erano stati felici.
In fondo cosa poteva chiedersi, se non quanto fosse stata ben vissuta l’unica vita che avevano.
Stava seguendo il suo giro nel settore G, tuttavia si sentiva come osservata, ma non erano Joey e Pula, percepiva una strana sensazione, come se a parte loro ci fosse qualcun altro.
Arrivò presso la tomba di un certo Edward Okovitz, morto nel 1952, quando aveva 43 anni. La foto era ormai sbiadita, si distingueva appena il contorno degli occhi e il colore scuro dei capelli, la lapide era in cattive condizioni, occorreva sistemarla.
Helen si mise di buon animo a guardare quello che c’era da fare, prese una scala, sotto l’occhio attento di Pula e salì ad altezza della lapide, dove vide crepe vistose che correvano lungo il nome e la data di morte; occorreva rimuoverla e trasportarla al suo laboratorio che si era creata all’interno del complesso.
– Mi ci vorranno almeno sei ore di lavoro Pula. –
– Oppure potresti lasciarla così e andare avanti. – disse una voce.
Helen rimase impietrita, si voltò lentamente verso la labrador che la guardava scondinzolante, ma dietro di lei c’era un uomo che non aveva mai visto: era alto coi capelli e gli occhi scuri e portava un cappello di paglia.
Sembrava vestito da messa della domenica, con un completo grigio chiaro.
– Tu…chi sei?- domandò confusa la donna.
– Non mi riconosci? Sono io, Edward Okowitz. –
Helen impallidì, si giro versò la tomba del defunto e poi di nuovo verso di l’uomo
– NO, non può essere.-
L’uomo attraversò il muro accanto a sè, poi tornò indietro.
– Direi che possiamo escludere un’alternativa razionale –
– Che…che cosa vuoi? –
– Ti ho osservato a lungo, ringraziato tanto, anche quando non mi potevi sentire, perché nessuno si è mai ricordato così tanto di noi. Ora sono qui, perché per una volta voglio essere io a fare qualcosa per te. –
– E che cosa potresti fare tu per me? –
Helen aspettava la risposta con gli occhi gonfi di lacrime, commossa e felice.
– Assolverti da questo compito che ti sei posta. È amaro che nessuno si ricordi più di me, ma ciò che davvero non mi da pace, è sapere che tutta la tua vita l’hai trascorsa prendendoti la responsabilità di mantenere vivo il mio ricordo e di tutti. Voglio che tu lasci questo luogo e non ci faccia più ritorno, tro…-
Helen alzò la mano lasciando intendere che non voleva sentire altro e con un moto d’orgoglio rispose:
– Edward. Il tempo della mia vita l’ho trascorso facendo le cose che volevo, ho fatto questo per te, come per altri, perché sono una donna sola. La compagnia degli animali, passare giornate a seppellire morti, a trovare superstiti, costruire sepolcri, una casa; è quello che mi ha tenuto viva per 57 anni. Devo abbandonare tutto quello che ho fatto della mia vita, perché vi dispiace per me? Sono l’ultima rimasta, non posso cambiare questo. Ora che non ci siete più, avete cura di pensare a cosa è meglio per tutti? Che dire, meglio tardi che mai. –
Fece una risatina amara: – Compatita dai morti, la battuta del secolo. –
Tirò giù la lapide di Edward e la caricò su una cariola, sotto lo sguardo imbarazzato del morto.
– Te la riporto domani. – sentenziò
Pula la seguì, Joey si accodò, dopo essere sceso da un albero.
Helen era amareggiata, pensava di condividere qualcosa di profondo, ma in fin dei conti lei manteneva vivo il ricordo di una civiltà, che non aveva trovato la forza di capirsi gli uni con gli altri.







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