Il Fuoco di Gaeta

Fra Leone si alzò dalla branda, un boato aveva squarciato il silenzio di quella mattina, si affacciò con attenzione alla finestra e vide bocche di fuoco sparare dalle mura; mentre una pioggia di proiettili si abbatteva sulla città: il bombardamento era ricominciato.

Fra Corrado entrò nella stanza coperto di polvere, l’omaccione si pulì il saio con le grosse mani, esclamando: “Questi figli del diavolo non si fermano neanche nel giorno della Domenica di nostro Signore! Che l’Inferno li inghiotta!”

L’ altro frate distolse lo sguardo dalla finestra, era in pensiero, un altro giorno di fuoco come quello delle settimane passate poteva mettere a dura prova la città e la salute dei feriti; prese gli occhiali, la sua borsa e si mise in cammino non facendo caso a quanto gli diceva il suo confratello. Per le strade già si vedevano i danni provocati da quel piccolo assaggio della giornata: edifici danneggiati, gente per strada seppellita sotto macerie; soldati, civili che cercavano posto per i feriti negli ospedali e nelle cliniche di fortuna, ufficiali che strillavano ordini.

Era solo l’inizio. I due frati giunsero presso uno dei tre ospedali, sulla cui cima sventolava una bandiera bianca, per segnalare agli assedianti che non si trattava di un obiettivo militare. All’ interno regnava già il caos, con feriti, chirurghi al lavoro e volontarie intente ad accudire le persone portate lì la notte appena passata.

Fra Leone riconobbe subito tra i feriti il Barone Malascazza, seduto su una sedia e una profonda ferita alla gamba che aveva reciso l’arteria femorale; un bel colpo per un uomo di 70 anni, accanto a lui c’era come sempre la Marchesa Bardin, una delle dame di compagnia di sua altezza la Regina Maria Sofia.

La dama aveva stretto una cintura attorno alla gamba del Barone per bloccare l’emorragia, l’anziano sudava freddo ed era bianco come un cencio, ma ancora vigile e serio come una statua.

Fra Leone si fece avanti e disse “Lasciate vedere vossignoria.”

La Marchesa visibilmente preoccupata dalle condizioni del suocero fu sollevata dalla vista del frate. Fece spazio al religioso, che chiese aiuto al proprio confratello per spostare il Barone su una lettiga.

“Eccellenza, spero che abbiate seguito i miei consigli su una dieta più semplice.”

Malascazza sorrise debolmente e con fatica rispose: “Mi basta sentire le vostre prediche sul buon Dio…vi prego…non fatemi sdraiare.”

“Se non lo facciamo non posso aiutarvi.”

“Se mi sdraio…morirò, io lo so. Potete dirmi che non sarà così?”

La Marchesa soffocò un mugolio.

“Lasciate vedere.”

Fra Leone studiò la ferita e controllò le condizioni dell’arteria, il sangue non fuoriusciva più tanto. Le condizioni erano serie, un’amputazione lo avrebbe ucciso certamente per lo shock o una successiva infezione, forse l’unico modo per salvarlo era applicare una ligatura.

“Mi serve il vostro aiuto!” esclamò rivolgendosi alla Marchesa Bardin e Fra Corrado.

Prese una bottiglia di liquore e versò un bicchiere al barone e disse: “Bevete, perché ne avrete bisogno.”

Dopo avergli fatto bere almeno quattro bicchieri, i tre spostarono un barone urlante su un tavolo, che la Marchesa sparecchiò di fretta.

“Vostra Eccellenza può gentilmente tenere il Barone per le spalle?”

“Ma certo!”

“Fratello, voi tenetegli le gambe.”

Fra Corrado fece quanto gli fu detto, Leone si asciugò il sudore e inspirò profondamente, ora gli occorreva tutta la possibile concentrazione.

“Signore concedimi una mano ferma e precisa.” sussurrò.

 Il Frate applicò pressione sull’arteria, nella parte più vicina alla ferita, sotto le urla disumane del barone, che spaventarono i pazienti vicini, la Marchesa e Fra Corrado facevano fatica a tenerlo fermo; dopodiché con un bisturi aprì i tessuti per arrivare all’arteria.

A un certo punto si sentì un boato, che fece tremare il tavolo e i tre si guardarono preoccupati ed appena smise Fra Leone riprese l’operazione.

Qui arrivò la fase più delicata ed era necessario che il paziente stesse assolutamente immobile, cosa resa assai difficile dall’irruenza e la furia del barone Malascazza.

La mano gli tremava, se avesse sbagliato l’intervento il barone sarebbe morto; anche se forse gli avrebbe allungato la vita di qualche giorno o forse qualche mese. Doveva coltivare quella speranza e così inzio a separare delicatamente le vene dall’arteria principale, dopodiché applicò un filo di lino utilizzando un ago aneurismatico e passò il filo attorno all’arteria.

Si asciugò il sudore dalla fronte, il barone aveva nel frattempo perso i sensi. La marchesa guardò il frate sfinita e domandò:

“Sopravviverà?”

“Solo il tempo ce lo dirà eccellenza adesso aspettiamo di vedere se esce ancora sangue dall’arteria, poi lo richiudiamo.”

Dopo diverse ore tutto era finito, Fra Leone si sedette esausto, mentre il confratello si fece aiutare per spostare il Barone in un altro spazio dell’ospedale e consono al suo rango.

Più tardi Fra Leone salì sulle mura della cittadella e lì trovò il maggiore Francesco Malascazza, il figlio del Barone che scrutava le linee nemiche. I Piemontesi si apprestavano terminare i lavori per un’altra batteria di artiglieria, che avrebbe messo a dura prova le difese di Gaeta.

“Mi volevate vedere?” chiese il frate.

Il nobile ufficiale si voltò verso di lui alto, occhi scuri; sulla divisa blu spiccava la medaglia al valore ricevuta da sua maestà il Re, in seguito alla battaglia sul Garigliano.

Sotto i folti baffi neri uscì un sorriso di gratitudine per il frate:

“Sono contento che siate potuto venire, vi sono grato per aver salvato la vita di mio padre.”

“Vi ringrazio per le vostre cortesi parole, ma ho fatto solo quello che la conoscenza e il buon Dio mi hanno concesso.” rispose l’altro facendosi il segno della croce.

“Siete troppo modesto come sempre.”

“”Est modus in rebus” diceva Orazio.”

Il maggiore esplose in una risata: “Non vi manca mai una risposta.”

I due si incamminarono lungo gli spalti, il maggiore sembrava più silenzioso del solito e il suo accompagnatore gli chiese: “Cosa vi turba per essere così silenzioso?”

L’ufficiale si guardò intorno e prese in disparte il religioso:

“Domani all’alba è stato ordinato un contrattacco.”

“Un contrattacco? Siete serio e per fare che?”

“Una scossa morale dicono dai piani alti, ma vorrei sfruttare l’occasione per fare altro. Questa mossa mi sembra più un atto di disperazione che una azione  ben congeniata.”

“E cosa vorreste fare?”

“Conquistare la batteria che i piemontesi stanno preparando sul monte Tortona. Se cominciano a sparare da lì, la situazione sarà ancora più precaria.”

Il frate lo guardò mesto, poteva davvero spegnere gli entusiasmi di questo giovane uomo?

Lui ormai aveva capito che la guerra era persa, eppure non riusciva a capacitarsi come in quella fortezza fossero ancora in attesa del momento del riscatto.

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